18082017Ultime notizie:

Le interviste di ON. Paolo Lubinu, autore del romanzo Jesù Cristu ‘Etzu

Di Gianpaolo Cherchi

Paolo LubinuImmaginate che da monte Fenosu discenda un vecchio poeta barbone dall’aria solitaria e misteriosa,  che con la sua sensibilità libertaria e la sua purezza etica, con il suo amore per la vita e la sua saggezza socratica, sconvolga l’apatia di una piccola comunità. È questa la storia che ci racconta Paolo Lubinu nel suo primo romanzo, “Jesù Cristu ‘Etzu”. Classe ’76, ossese ma trapiantato a Sassari da diversi anni, attivo da tempo negli ambienti culturali alternativi del nord Sardegna in qualità di musicista, art director e scrittore freelance, Paolo ha fondato nel 2010 la rivista indipendente Underground X, dove ha pubblicato alcuni suoi racconti, poi confluiti in un volume illustrato da uno staff di artisti del collettivo Progetto Mayhem, “Racconti Urbani, dal quale viene tratto uno spettacolo teatrale, Il Gabbiano, e un cortometraggio, Su caffè de tia Mantoi, entrambi prodotti dallo stesso Paolo Lubinu assieme allo staff di Underground X e in collaborazione con il collettivo artistico Progetto Mayhem. E ora ha aperto una raccolta fondi su internet, un crowdfunding, per finanziare la produzione editoriale e la pubblicazione del suo primo romanzo, che vedrà la luce in forma autoprodotta. Noi di Ossi Notizie abbiamo avuto modo di intervistarlo, per chiedergli di più sul suo brillante ed originale progetto.

 

Come è nata questa idea non solo di scrivere un romanzo, ma di dedicarti al mondo delle produzioni culturali in generale, in una realtà come quella del nord Sardegna che troppo spesso viene tacciata di provincialismo, e di sterilità?

È nato tutto con la musica, credo: come musicista (diciamo così) ho militato attivamente negli Egomass e negli ambienti underground per più di 15 anni. Ho sempre amato e ricercato gli spiriti liberi di ogni specie, ecco, e la fanzine e l’intero progetto Underground Experiment nascono in questa visione. Quanto al romanzo, scrivevo già da ragazzino, poesie e racconti; ma tenevo le mie cose nel cassetto per lo più, bisbigliando qualcosa di tanto in tanto alle orecchie di pochissimi ubriachi. Bisbigli, improvvisazioni, cose così.
Direi che la scelta di dedicarmi seriamente alla scrittura ha a che fare con la mia indole, insomma. E così ho semplicemente deciso di seguire questa indole. Oppure diciamo che ho seguito il consiglio postumo di un grande poeta sassarese, Antonio Marras, “… la gente non vive come pensa, finisce col pensare come vive, come ha vissuto.”


Vuoi dirci, a questo proposito, qualcosa di più sull’idea di cultura indipendente e sul vostro progetto di crowdfunding per una autoproduzione?

Il Crowdfunding nel nostro caso ha a che fare con un’esigenza pratica: al momento Underground Experiment è una casa di produzioni artistica, non una casa editrice, quindi non abbiamo né capitali né accesso al credito bancario per investire editorialmente. Il fatto è che non abbiamo molto tempo (i tempi degli editori spesso sono lunghissimi) perciò eccoci qua. Prenotate la vostra copia del romanzo su www.produzionidalbasso.com con i fondi raccolti daremo alle stampe Jesù Cristu ‘Etzu.
La faccenda dell’indipendenza culturale è un’altra. La cultura indipendente, anzi, le culture indipendenti sono quelle che nel bene e nel male si esprimono al di fuori della cultura dominante: tutte le idee, dall’arte alla politica alla filosofia, sono cultura, ma quando una qualsiasi idea viene subita e non pensata (e non vissuta), ecco che diventa dominante, e noi uomini non siamo fatti per essere dominati, mi pare. Perciò autoprodursi, in molti casi, oltre che un’esigenza pratica resta un buon esempio di libertà e autodeterminazione, dovrebbe essere una cosa normale. Autodeterminazione significa vivere come si pensa e non pensare come si vive, torniamo sempre lì… E cultura indipendente, in una parola, significa pensiero libero, e pensiero libero significa praticare la libertà. È molto semplice, in fondo.

E per essere più chiaro (o per confondervi, chissà) vi lascio una mia breve poesiola:

Siamo la combinazione vincente,
la cellula impazzita che si ribella.
Ed esplodiamo
come papaveri sanguinanti,
perché abbiamo il senso dell’assoluto,
e della precarietà
assoluta

In questo romanzo, una cosa che balza subito all’occhio è l’aspetto stilistico: non solo per il ritmo vertiginoso, quasi frenetico direi, della tua scrittura, ma anche per il connubio insolito, ma assolutamente efficace, che sei riuscito a creare fra il ritmo della narrazione e l’utilizzo sapientemente dosato della lingua sarda, che qui convive accanto ad un linguaggio giovanile e ad alcuni passaggi decisamente più lirici. Puoi spiegarci meglio queste scelte?

Mentre lavoravo al romanzo, per semplificarmi un po’ la vita e levarmi di dosso la pressione, mi dicevo: dai, Paolo, cos’è un romanzo? E alla fine mi sono ritrovato davanti a una risposta molto semplice: il romanzo è una storia raccontata da qualcuno. Molto semplice, ma illuminante. Io stavo raccontando qualcosa, qualcosa che so. Preciso che la verità di una storia non ha a che fare con i fatti narrati ma con il vissuto dei personaggi e della storia. Comunque, a quel punto mi son detto: benissimo, il segreto è proprio quello: racconta ciò che sai, parla di ciò che sai. E così ho fatto per lo stile, non ho inventato nulla in realtà, ho semplicemente riportato senza forzature una varietà di parlate che negli anni ‘90 era molto comune ritrovare, anche negli ambienti più omologati. I personaggi che parlano in sardo, per intenderci, non sono folkloristici: zio Bussanu ha solo 28 anni e parla in sardo per una questione di provenienza sociale: suo padre è morto che lui era ragazzino, lasciandogli in eredità un forte risentimento nei confronti delle istituzioni locali che lui ritiene responsabili di quella morte. È legato alla campagna come suo padre (ma non la ama), ed è scarsamente scolarizzato (fino alle elementari), e la sera si sfoga al bar come può. Fondamentalmente è un emarginato, per questo frequenta i ragazzi più giovani di lui ai giardini. E’ naturale che zio Bussanu parli in sardo: fino a 10 anni prima, almeno nei paesi, tutti i ventottenni parlavano in sardo. Gli altri ragazzi dei giardini, invece, si ritrovano nel bel mezzo dell’illusione creata ad arte dopo la caduta del Muro: tutti possono essere qualcuno ma nessuno può sognare, e dunque vivono inconsapevolmente un conflitto sociale che sfogano a modo loro, giù ai giardini. La loro parlata è secca, diretta, e puntellata dai normalissimi cazz’, aiò, bello be’, ecc… qualcuno ha fatto pure l’università (non era ancora molto comune), in quel caso i congiuntivi stanno al loro posto. Giusi Tanca, per esempio, è una bibliotecaria, un’intellettuale, si occupa di Jesù Cristu ‘Etzu e il suo linguaggio risulta se non proprio forbito quantomeno ricercato, ma abbastanza asciutto (deve tener conto dei suoi interlocutori, che sono pur sempre dei ragazzi). Jesù Cristu ‘Etzu invece stilisticamente è un’eccezione, effettivamente parla in un modo tutto suo, poetico, simbolico, ermetico, eppure è genuino. Lui ha subito tutto ma è fuori da tutto: conosce i poeti e i filosofi ma ha dei seri problemi psichici, eppure sarà lui, forse, a offrire a tutti le più autentiche risorse di auto liberazione.

Le vicende narrate nel tuo romanzo potrebbero essere comuni a qualsiasi paese dell’hinterland sassarese durante gli anni ‘90. Tuttavia, perché nonostante il tuo romanzo sia ambientato solo 20 anni fa, sembra che quel periodo sia raccontato con una certa nostalgia, come se qualcosa sia andato perduto? O è solo una mia impressione?

La mia pretesa era proprio quella di raccontare qualcosa di vero, che fosse vero un po’ ovunque in quegli anni e anche oggi. Non mi piace autocelebrarmi, saranno i lettori a giudicare, ma ho le idee molto chiare a riguardo. Quanto alla nostalgia, bisogna tener presente che chi racconta non sono io, ma un personaggio che non si svela mai per ragioni che ora non posso anticipare. La voce narrante non dice mai “io”, ma sempre “noi”, fa parte della questione “parla di ciò che sai”. Non ho mai sopportato in letteratura la terza persona, la voce impersonale o lo scrittore che si fa Dio della storia. Io preferisco sparire veramente e lasciar parlare i miei personaggi. Quanto al resto, può darsi che il personaggio che narra sia un po’ nostalgico, io no. Mai.

Perfetto Paolo, allora siamo tutti curiosi di aspettare l’uscita del tuo romanzo. Noi ci rivedremo il 31 luglio a Molineddu, per la seconda edizione del festival delle culture indipendenti. Grazie per la chiacchierata.

Grazie a te per l’intervista, e grazie anche a Ossi Notizie. Certamente, noi ci vediamo il 31 luglio a Molineddu, sarà una bella serata, con musica, teatro, poesia. Vi aspetto.

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